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Non è "Gomorra", è TikTok

Le baby gang e la criminalità performativa alla ricerca di like

Di Redazione – 15 December 2025

La nuova criminalità minorile italiana non nasce nei vicoli bui, ma negli schermi illuminati. Non ruba per fame: ruba per essere vista. Non picchia per odio: picchia per i like. Non stuprano per un impulso primitivo: lo fanno per diventare virali.

Le baby gang non cercano più soldi o territorio: cercano visibilità. Una visibilità che vale più di tutto, persino della libertà.

E allora una domanda sorge spontanea: Chi ha permesso tutto questo?

Gli algoritmi premiano ciò che sciocca, ciò che umilia, ciò che ferisce. Così il crimine diventa sfida, la rissa diventa contenuto, la sopraffazione diventa intrattenimento.

Ma di chi è la colpa?

Dei social, che trasformano anche il dolore in un palcoscenico?

Dei videogiochi sempre più violenti, dove per vincere devi annientare?

Di una società che non offre futuro, e dunque i ragazzi cercano gloria nell'unico spazio dove possono ottenerla subito?

Della scuola, che ha perso i valori dell'educazione civica, del rispetto, della responsabilità collettiva?

Delle famiglie, dove i genitori lavorano entrambi tutto il giorno per sopravvivere, e non c'è più tempo, né energia, né presenza per "esserci davvero"?

O delle istituzioni, ormai paralizzate tra demagogia, proclamazioni morali e un cattolicesimo di facciata incapace di incidere nel reale?

Forse la risposta è semplice e terribile: la colpa è di tutti. Una multi colpa, profonda, stratificata, che nessuno vuole guardare negli occhi.

Viviamo in un Paese diventato abulico, apatico, sordo al richiamo del rispetto reciproco. Un Paese che non offre alternative, non costruisce luoghi di incontro, non protegge la fragilità. Un Paese dove i ragazzi crescono senza bussola, senza argini, senza adulti che sappiano dire "no" e spiegare perché.

E allora la domanda più dolorosa è un'altra: Come può un adolescente imparare il rispetto, se non lo vede applicato da nessuno?

La scuola ripete programmi vecchi, ignora i nuovi linguaggi, non educa più alla cittadinanza. La famiglia si sgretola sotto il peso del lavoro e dei ritmi impossibili. Le istituzioni annaspano, fanno conferenze stampa, ma non escono mai dal pantano della retorica.

Nel frattempo, nelle strade delle nostre città, assistiamo a qualcosa che nessuno vuole affrontare davvero: bambini e ragazzi che picchiano, stuprano, derubano e umiliano filmando tutto con il cellulare. Perché ormai si vive così: di like, di meme, di notorietà istantanea, una notorietà che lascia l'amaro in bocca, una notorietà che dura il tempo di un altro like….

Molti adulti, per comodità, liquidano il fenomeno con un "sono mostri". La verità è più inquietante: non sono mostri, sono prodotti. Prodotti di una società che li ha educati allo schermo, non alla vita. Alla performance, non alla responsabilità. Alla visibilità, non al valore.

E allora, l'ultima domanda che mi faccio è quella più intima, quella che tutti proviamo a scacciare: Se questo è il futuro, che mondo troveranno i nostri nipoti? Che cosa li proteggerà quando la violenza diventerà linguaggio comune? Chi insegnerà loro la differenza tra essere qualcuno e apparire qualcuno?

Perché sì, lo ammetto anch'io: ho paura. Ho paura per loro. Paura di un mondo dove la vita vale meno di un like….. Un like che purtroppo condividono in tanti…..!

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