Non mi sento italiano
Mercoledì, 14 Gennaio 2026

L'ITALIA AL BIVIO: TRA FOGLI DI VIA DI CARTA E SANGUE VERO SUL MARCIAPIEDE

Di fronte a una scia di violenza che non risparmia più nessuno, il Paese urla. Non è razzismo, è istinto di sopravvivenza. Se lo Stato non garantisce la sicurezza, ha fallito la sua missione primaria.

Le stazioni ferroviarie italiane sono diventate il nuovo fronte di una guerra non dichiarata. Bologna, Roma Termini, Milano. I nomi cambiano, ma il copione è tragicamente identico. Pochi giorni fa, a Bologna, un capotreno di 57 anni, Alessandro Ambrosio, è stato ucciso con una coltellata secca, brutale, alle spalle. Il presunto killer? Un uomo con precedenti che, secondo le prime ricostruzioni, non avrebbe dovuto nemmeno trovarsi lì.

E qui casca l'asino, qui crolla il castello di carte delle nostre leggi: il foglio di via. Un pezzo di carta che per lo Stato dovrebbe significare "fuori di qui", ma che per chi delinque è poco più di un promemoria per cambiare quartiere. Se un individuo viene espulso, il rimpatrio deve essere immediato, senza se e senza ma. Invece, assistiamo al paradosso di "fantasmi" che circolano liberamente tra i binari, pronti a colpire chi sta solo cercando di tornare a casa o di fare il proprio dovere in divisa.

Il bollettino di guerra delle nostre città

Non è "percezione di insicurezza". È realtà.

A Roma Termini, solo poche ore fa, un funzionario del Ministero è stato massacrato di botte da un branco e lasciato in fin di vita sul selciato.

Poco distante, un rider di 23 anni è stato aggredito e picchiato con una violenza inaudita da un gruppo di persone.

A Milano, la tragedia di Aurora, 19 anni, strozzata e abusata da chi si trovava irregolarmente sul territorio, è l'ennesimo schiaffo a chi parla di "integrazione riuscita" ignorando il degrado dei centri urbani.

Le donne oggi hanno paura a camminare in centro anche in pieno giorno. E non si tratta di essere "fascisti" o "razzisti": si tratta di voler vivere in una società dove una ragazza non debba guardarsi alle spalle ogni tre passi.

Baby Gang: la ferocia dei dodicenni

Come se non bastasse, il quadro si complica con il fenomeno delle baby gang. Ragazzini di 12 o 13 anni, spesso protetti dalla loro non imputabilità, che agiscono con la crudeltà di criminali fatti e finiti. Picchiano per un cellulare, per una ricarica, o semplicemente "per noia", riprendendo tutto con lo smartphone per postare il trofeo sui social. Il mondo è davvero impazzito quando l'infanzia si trasforma in ferocia gratuita.

Esercito e regole d'ingaggio: basta ipocrisie

Le Forze dell'Ordine fanno quello che possono, ma hanno le mani legate. Senza regole d'ingaggio vere, ogni intervento rischia di trasformarsi in un calvario giudiziario per l'agente di turno. Se la situazione è fuori controllo – e le stazioni lo sono – allora è il momento di smetterla con il falso moralismo.

Se serve l'Esercito in pianta stabile per pattugliare i nodi nevralgici, lo si mandi. Se servono leggi che rendano l'espulsione un atto fisico e non un suggerimento burocratico, si scrivano ora. La sicurezza non è un lusso di destra o di sinistra; è un diritto dei cittadini onesti che pagano le tasse e vogliono semplicemente evitare di finire sul prossimo trafiletto di cronaca nera.

Quanto sangue deve ancora scorrere prima che "fare qualcosa" diventi un'azione concreta e non l'ennesimo annuncio da talk show?

IL PARADOSSO DELL'IMPUNITÀ: SE IL CRIMINE NON HA ETÀ, NON DEVE AVERLA NEMMENO LA PENA

C'è un corto circuito logico che sta distruggendo la nostra sicurezza: un ragazzino di 13 anni è considerato troppo "piccolo" per votare, troppo "piccolo" per guidare, ma è considerato abbastanza "grande" per impugnare un coltello, organizzare un pestaggio di gruppo e umiliare un coetaneo o un anziano per pochi spiccioli.

Oggi, le baby gang non sono più "ragazzate". Sono vere e proprie strutture paramilitari della micro-criminalità. Questi soggetti sanno perfettamente di essere protetti dal limite dei 14 anni per l'imputabilità. Sanno che, male che vada, verranno riaffidati a genitori spesso assenti o incapaci, pronti a tornare in strada il giorno dopo con ancora più arroganza.

La realtà dei fatti:

Violenza da adulti: Se un tredicenne decide di sferrare un fendente o di massacrare di botte un passante, sta compiendo un atto da adulto. La vittima non soffre meno perché l'aggressore è un minore. L'arma del ricatto: Questi gruppi usano la loro età come un'arma impropria contro le Forze dell'Ordine, consapevoli che un poliziotto rischia il posto se prova a fermarli con la forza necessaria. Il carcere come deterrente: Il tempo dei "centri di recupero" che sembrano collegi è finito. Se un individuo dimostra di essere pericoloso per la società, deve essere rimosso dalla società. Punto.

Una proposta senza sconti

Il ragionamento è semplice e brutale: la responsabilità deve seguire l'azione.

1. Abbassamento della soglia di imputabilità: Se sei capace di intendere la violenza, sei capace di intendere la cella. Non si può aspettare il compimento dei 14 anni mentre le città diventano far west. 2. Responsabilità oggettiva dei genitori: Se il figlio delinque, la famiglia deve pagare non solo economicamente, ma con la revoca immediata di ogni sussidio statale e, nei casi più gravi, con provvedimenti detentivi. 3. Processi direttissimi: Basta iter infiniti che si concludono con un buffetto sulla spalla. La pena deve essere immediata, certa e scontata in strutture che non siano luoghi di svago, ma di vera espiazione.

La società non può più permettersi il lusso del garantismo a oltranza verso chi ha scelto la strada del crimine prima ancora di avere la barba. Chi si comporta da criminale deve essere processato come un criminale. Senza sconti, senza scuse sociologiche, senza falsi pietismi.

IL MITO DEL RIFORMATORE E LA REALTÀ DELLA CELLA

Il termine "riformatorio" appartiene al bianco e nero. Oggi abbiamo gli IPM (Istituti Penali per Minorenni), ma la sostanza non cambia: sono strutture al collasso. Il punto sulla "capacità di delinquere" scontra contro un muro legislativo che molti considerano ormai un regalo all'impunità.

1. La soglia dei 14 anni: un porto sicuro per i criminali?

Attualmente, sotto i 14 anni, un minore in Italia non è imputabile. Può accoltellare, rapinare o stuprare: per la legge non è capace di intendere e volere.

La beffa: Questi ragazzini vengono spesso usati dalle organizzazioni criminali proprio perché "intoccabili". La proposta di rottura: Abbassare la soglia a 12 anni. Se a 12 anni sai usare uno smartphone per filmare un pestaggio, sai perfettamente che piantare un coltello nel petto di qualcuno è un atto criminale. La valutazione della "capacità" non dovrebbe essere un automatismo anagrafico, ma basata sulla ferocia dell'atto.

2. Carcere, non "centri ricreativi"

Per reati gravi (omicidio, violenza sessuale, rapina a mano armata), la richiesta di molti è un regime di vera detenzione, separato dai maggiorenni per evitare il "contagio" criminale, ma privo di quelle concessioni che svuotano di senso la pena.

Fine della "Messa alla Prova" facile: Oggi molti minori evitano il carcere grazie alla "messa alla prova". Ma per chi fa parte di una baby gang e rivendica con orgoglio i propri crimini sui social, la messa alla prova è solo un modo per tornare in strada più forte di prima.

3. La responsabilità dei genitori: colpire nel portafoglio

Se un minore è "incapace", allora qualcuno deve rispondere per lui.

Sanzioni pesanti: Se il figlio gira col coltello, lo Stato dovrebbe revocare immediatamente ogni forma di assistenza sociale (Reddito, assegni familiari) e procedere penalmente contro i genitori per abbandono o omessa vigilanza. Solo quando la famiglia sente il "morso" dello Stato, inizia a controllare cosa fa il figlio in stazione a mezzanotte.

Lo stato dell'arte (Gennaio 2026)

Le ultime riforme (come il post-Decreto Caivano) hanno iniziato a inasprire le pene, ma il problema resta l'applicazione. Le carceri minorili sono sovraffollate (oltre il 130% in alcune strutture come il Beccaria di Milano), e questo porta spesso i giudici a concedere misure alternative per pura mancanza di spazio.

La domanda cruda è: preferiamo spendere per costruire carceri minorili sicure o continuare a pagare il prezzo in sangue sulle nostre strade?

Il Mito della "Certezza della Pena" e le Scappatoie Legali

In Italia esiste una differenza abissale tra la pena comminata (quella che il giudice legge in sentenza) e la pena espiata (i giorni che il criminale passa effettivamente dietro le sbarre).

Il labirinto dei benefici: Tra sconti per buona condotta (45 giorni ogni semestre), permessi premio, affidamenti in prova e sospensioni della pena per condanne sotto una certa soglia, la detenzione reale si scioglie come neve al sole. La prescrizione e i tre gradi di giudizio: Un processo può durare anni. Nel frattempo, il colpevole resta libero, spesso continua a delinquere e, se fortunato, vede il reato estinguersi per il tempo passato. Il "Foglio di Via" inutile: È una misura amministrativa che non prevede l'accompagnamento coatto alla frontiera per mancanza di fondi o di accordi con i paesi d'origine. È, di fatto, un invito gentile ad andarsene che nessuno rispetta.

Funzione Rieducativa vs Punizione

Il secondo grande ostacolo è l'Articolo 27 della Costituzione, che recita: "Le pene [...] devono tendere alla rieducazione del condannato".

Il dogma del recupero: Il legislatore italiano parte dal presupposto che ogni criminale sia un "soggetto da recuperare". Questo va bene per chi commette un errore isolato, ma diventa un'arma in mano a chi ha scelto il crimine come stile di vita (baby gang o delinquenti abituali). Il carcere non punitivo: Per molti giuristi, l'idea che il carcere debba essere "punitivo" o "afflittivo" è quasi un tabù. Si preferiscono le misure alternative. Il risultato? Il criminale non percepisce più lo Stato come un'autorità da temere, ma come un ente che offre infinite "seconde possibilità". L'anacronismo: Questo sistema è stato pensato per una società che non esiste più. Non era pronto per bande di dodicenni che accoltellano per un video sui social o per chi ignora sistematicamente i decreti di espulsione.

Lo scontro con la realtà

La contraddizione è questa: lo Stato chiede ai cittadini di rispettare le leggi, ma non è in grado di garantire che chi le viola paghi davvero.

Se il sistema è solo recuperatorio e non punitivo, viene meno la funzione di deterrenza: il criminale fa un calcolo costi-benefici e capisce che delinquere "conviene", perché il rischio di finire e restare in cella è bassissimo.

Se la pena non è certa, la vittima si sente tradita due volte: dalla violenza subita e dall'indifferenza delle istituzioni.

Conclusione

Finché non si metterà mano alla Costituzione o non si creeranno leggi speciali per l'emergenza urbana, che prevedano il carcere immediato per reati violenti e l'abolizione dei benefici per chi è recidivo o irregolare, la situazione non cambierà. Il "recupero" deve essere un premio per chi dimostra di voler cambiare, non un diritto automatico concesso a chi ride in faccia alla divisa.