Nel 1991 l'Unione Sovietica è implosa su se stessa. Nessun carro armato straniero ha varcato i suoi confini; è stato un suicidio politico ed economico. Da quel momento, il mondo ha assistito a un fenomeno senza precedenti: l'espansione costante della NATO verso Est. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, i paesi Baltici. Ex membri del Patto di Varsavia che hanno scelto l'Occidente.
Ma qui sorge la prima domanda scomoda: la NATO è davvero solo un club di "libero scambio" e cooperazione? La realtà ci dice che, a differenza dell'Unione Europea, la NATO è un'alleanza militare. Entrare nella NATO non significa solo scambiarsi lavoratori; significa adottare standard militari comuni, partecipare a esercitazioni congiunte e, soprattutto, ospitare infrastrutture che possono diventare basi per missili e sistemi di difesa (o offesa). Se lo scopo fosse stato solo economico, sarebbe bastata l'UE. La NATO porta con sé i cannoni, non solo i trattati commerciali.
Il fantasma della Baia dei Porci
Per capire la rabbia russa, basta fare un salto indietro nel tempo, al 1962. Quando l'URSS tentò di installare missili a Cuba, a due passi dalle coste della Florida, gli Stati Uniti non parlarono di "diritto di una nazione sovrana di scegliere le proprie alleanze". Parlarono di minaccia esistenziale. Kennedy fu pronto a scatenare la Terza Guerra Mondiale pur di impedire basi nemiche nel proprio "giardino di casa".
Oggi, l'Ucraina rappresenta per la Russia esattamente ciò che Cuba rappresentò per gli USA. Dal Baltico al Mar Nero, il confine russo è ormai quasi interamente a contatto con basi NATO. L'idea di un'Ucraina nell'Alleanza Atlantica significherebbe avere basi militari a pochi minuti di volo da Mosca.
Una sicurezza a somma zero?
È chiaro: Putin ha violato il diritto internazionale e ha scatenato una tragedia umana immane. Nulla giustifica i bombardamenti e la morte di civili. Ma la domanda resta: si poteva evitare? Se l'Ucraina fosse rimasta uno Stato "cuscinetto", neutrale, una sorta di Svizzera dell'Est Europa, avremmo oggi questo spargimento di sangue? Forse, nel voler spingere la frontiera occidentale fino alle porte del Cremlino, si è ignorato un principio base della geopolitica: la sicurezza di uno non può essere costruita sulla totale insicurezza dell'altro.
Oggi parliamo di "Ucraina libera", ma dovremmo chiederci se sia davvero libera una nazione trasformata nel campo di battaglia tra due blocchi che non hanno mai smesso di guardarsi con il dito sul grilletto. La storia non è fatta di buoni e cattivi da film, ma di confini, missili e zone d'influenza geopolitica. E ignorare la geografia, a volte, costa milioni di vite.
UCRAINA: IL BOTTINO DI GUERRA E LA CICATRICE DEL DONBAS
Sotto le bandiere e i discorsi patriottici si nasconde una verità più materiale: l'Ucraina non è solo un confine, è una cassaforte. E al suo interno, una guerra civile lunga dieci anni ha preparato il terreno all'invasione.
La "Manna dal Cielo" per l'Europa
Perché l'Unione Europea ha puntato così tanto sull'integrazione di Kiev? Non è solo per "solidarietà democratica". L'Ucraina è un gigante economico dormiente:
L'energia: Le centrali nucleari (come Zaporizhzhya, la più grande d'Europa) sono miniere d'oro elettriche. Chi controlla quei reattori controlla il termostato del continente. Le Terre Rare: Sotto il fango del Donbass e delle regioni orientali ci sono giacimenti di litio, cobalto e titanio. Senza queste, la "transizione green" europea (auto elettriche, microchip) resta un sogno nel cassetto. Il Granaio e i Gas: Terre nere fertili come nessun'altra e una rete di gasdotti che per decenni ha scaldato l'Occidente. Trattare con un'Ucraina dentro l'UE significa per Bruxelles garantirsi risorse a prezzi di favore, sottraendole definitivamente all'orbita di Mosca.Il 2014: Dove tutto è cominciato
Non si può capire il 2022 senza guardare al 2014. La caduta di Yanukovych a seguito di Euromaidan.
L'Euromaidan non è stato solo un evento di cronaca, ma il vero e proprio "Big Bang" della crisi che stiamo vivendo oggi. Comprendere cosa sia successo in quei mesi tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014 è fondamentale per capire perché i carri armati russi sono poi entrati in Ucraina otto anni dopo.
1. La scintilla: Un accordo negato
Tutto inizia il 21 novembre 2013. L'Ucraina era a un passo dal firmare un accordo di associazione con l'Unione Europea, un patto storico che avrebbe avvicinato Kiev all'Occidente. Ma all'ultimo momento, il presidente Viktor Janukovyč fa marcia indietro.
Il motivo: Subisce forti pressioni da Mosca. Putin offre un prestito di 15 miliardi di dollari e uno sconto massiccio sul gas in cambio dell'ingresso dell'Ucraina in un'unione doganale russa. La reazione: Quella stessa notte, migliaia di studenti e cittadini scendono in piazza Maidan a Kiev. Vogliono l'Europa, non il ritorno nell'orbita russa.La scalata della violenza
Quella che era nata come una protesta pacifica si trasforma in una rivolta brutale a causa della risposta del governo:
Repressione: La polizia speciale (i Berkut) usa la forza contro gli studenti, scatenando l'indignazione di centinaia di migliaia di persone che arrivano in piazza nei giorni successivi. Le barricate: Piazza Maidan diventa una fortezza con tende, cucine da campo e difese autorganizzate. Il massacro: Il punto di non ritorno avviene tra il 18 e il 20 febbraio 2014. Cecchini (la cui identità è ancora oggi oggetto di feroci polemiche) sparano sulla folla dai tetti. Muoiono oltre 100 manifestanti (chiamati i "Cento del Cielo") e diversi agenti di polizia.2. Le conseguenze: Il crollo di un equilibrio
Il 22 febbraio 2014, Janukovyč fugge in Russia. Il Parlamento ucraino lo dichiara decaduto e nomina un governo provvisorio filoeuropeo. Per Mosca, questo è un colpo di Stato orchestrato dall'Occidente (gli USA e la CIA). Per la piazza, è la Rivoluzione della Dignità.
Da qui scatta la reazione a catena russa:
Crimea: A marzo 2014, approfittando del caos a Kiev, la Russia occupa e annette la penisola. Donbass: Nell'est del Paese scoppiano rivolte filorusse (spesso alimentate da Mosca) che portano alla nascita delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Inizia una guerra che durerà 8 anni, causando 14.000 morti prima dell'invasione totale del 2022.Il Fallimento della Diplomazia
Mentre si firmavano gli accordi di Minsk (mai rispettati), l'Ucraina si armava con l'aiuto della NATO e i separatisti venivano foraggiati da Mosca. La verità è che il Donbass è diventato il pretesto perfetto: per Putin, la "difesa delle popolazioni russofone"; per l'Occidente, la linea di difesa della democrazia.
In mezzo, ci sono le risorse minerarie e agricole che fanno gola a tutti. L'Ucraina si trova oggi ad essere un Paese distrutto che combatte una guerra per procura: da un lato la Russia che non vuole perdere il suo "cortile" e le sue risorse, dall'altro l'Occidente che vede in Kiev l'ultimo avamposto strategico ed economico per isolare Mosca.
L'ERA DEI "LEADER PADRONI": SE LA LOGICA DI POTENZA DIVENTA FOLLIA
Dall'Ucraina all'Artico, il mondo non è più un tavolo di trattative, ma un tabellone del Risiko. Donald Trump torna a sconvolgere gli equilibri con una ricetta che definire "irrazionale" è un eufemismo, ma che segue una spietata coerenza: l'America non negozia più, l'America compra o occupa.
Il fallimento della mediazione ucraina
Trump è entrato in scena promettendo di chiudere la guerra in Ucraina "in 24 ore". Ha provato a porsi come l'unico mediatore capace di parlare con Putin, ma la realtà si è rivelata più dura dei suoi tweet. Ha dovuto ammettere che Putin ha violato il diritto internazionale, che l'aggressione è stata un errore, ma la sua "pace" somiglia sempre più a una resa forzata di Kiev: niente NATO per l'Ucraina, cessione del Donbass e riduzione dell'esercito. Una mediazione che non ha fermato il sangue, ma ha solo mostrato i limiti di un uomo che crede di poter risolvere crisi storiche con una stretta di mano.
La Cina e il bluff di Taiwan
Mentre attacca la Russia, Trump sposta lo sguardo a Est. Critica Pechino, minaccia dazi, ma poi dichiara che il destino di Taiwan "dipende da XI Jinping". È un gioco pericoloso: da un lato la minaccia militare, dall'altro la consapevolezza che con la Cina non si scherza. Una politica estera che sembra un pendolo impazzito tra l'isolazionismo e la Terza Guerra Mondiale.
Il colpo di scena: "Dateci la Groenlandia"
Ma è sulla Groenlandia che Trump rivela il suo vero volto nel 2026. Quella che sembrava una battuta stravagante pochi anni fa, oggi è diventata un'ossessione di sicurezza nazionale.
La scusa: "Ci sono navi russe e cinesi, l'Artico è invaso". La realtà: Anche se i servizi segreti smentiscono invasioni imminenti, Trump vede nell'isola un'enorme base missilistica naturale e una miniera di terre rare.È la logica del "Loudness mondiale": gridare così forte da rendere normale l'assurdo. Dire "la prendiamo per la nostra sicurezza" significa abbattere decenni di sovranità danese e regole internazionali. Se un tempo si cercava di convincere gli alleati, oggi Trump sembra volerli semplicemente scavalcare.
Conclusione: Un mondo fuori controllo
Siamo passati dai blocchi contrapposti della Guerra Fredda a un mondo dove un singolo leader può decidere di ridisegnare i confini perché "gli serve per la sicurezza". È una logica che rende Trump credibile agli occhi di chi vuole un uomo forte, ma che appare profondamente irrazionale a chiunque creda ancora in un ordine mondiale basato sulle leggi e non sulla forza bruta.
L'Ucraina è stata il laboratorio, la Groenlandia è il nuovo obiettivo. Il mondo è davvero impazzito, o siamo solo tornati all'epoca degli imperi dove chi ha più navi e più soldi decide dove finisce la libertà degli altri?
VENEZUELA: DEMOCRAZIA O DISTRIBUTORE DI BENZINA? IL BLUFF DEL "LIBERATORE"
Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso l'arresto di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali americane, sorge un dubbio atroce: l'America sta davvero combattendo i narcos, o sta semplicemente mettendo le mani sul più grande giacimento di petrolio del pianeta?
Il paradosso del narcotraffico: chi compra?
La narrazione ufficiale di Trump è chiara: "Maduro è un dittatore narcotrafficante, lo arrestiamo per fermare la droga che uccide i nostri figli". Ma qui sorge una domanda scomoda: se gli Stati Uniti sono il primo consumatore mondiale di cocaina, di chi è la colpa? La droga arriva perché c'è una domanda interna mostruosa. Fermare Maduro con un blitz notturno è come cercare di svuotare l'oceano con un cucchiaino se non si affronta la piaga del consumo nelle strade americane. Puntare il dito contro il Messico o il Venezuela è la via più facile per non ammettere che il problema è nel salotto di casa. È la legge del mercato: finché c'è chi compra, ci sarà sempre chi vende, che si chiami Maduro o in un altro modo.
Ucraina e Venezuela: due facce della stessa medaglia?
L'analogia è agghiacciante quanto logica.
L'Unione Europea guarda all'Ucraina e vede grano, gas e terre rare fondamentali per la sua economia.
Trump guarda al Venezuela e vede i suoi 303 miliardi di barili di petrolio (le riserve più grandi al mondo).
Non è un mistero che le raffinerie del Texas e del Golfo del Messico siano state progettate proprio per il petrolio "pesante" venezuelano. Importarlo oggi significa pagare un dittatore; controllarlo domani significa che gli Stati Uniti diventano i padroni assoluti dei prezzi energetici mondiali, riducendo l'influenza dell'OPEC e abbassando il prezzo della benzina a 50 dollari al barile, come promesso da Trump.
Democrazia o Asset Aziendale?
Parlare di "portare la democrazia al popolo venezuelano" suona nobile, ma i fatti del 2026 raccontano altro. Trump ha già dichiarato che i proventi del petrolio saranno gestiti attraverso conti controllati dagli USA per "il bene dei due popoli". È la nascita dell'imperialismo delle risorse: si usa la scusa del narcotraffico e della dittatura per giustificare l'acquisizione di asset energetici vitali.
Se l'Europa ha bisogno dell'Ucraina per non morire di freddo e restare competitiva, l'America di Trump vuole il Venezuela per non dipendere da nessuno e dettare le regole del gioco. In entrambi i casi, la "libertà" del popolo locale rischia di essere solo il paravento dietro cui si nasconde un gigantesco contratto di fornitura.
Il mondo è davvero impazzito, o è solo tornato ad essere quello di sempre? Un posto dove la morale serve a vendere la guerra, ma sono il petrolio, le materie prime e l'avidità a scatenarla.