La sala d'attesa puzzava di disinfettante e plastica vecchia. Le luci al neon tremolavano, ronzando piano come insetti, e le sedie sembravano progettate apposta per ricordarti che non eri lì per stare comodo. Giorgio teneva stretta la cartellina con i referti del medico di base: il foglio con scritto "urgente" in stampatello pareva uno scherzo. Aveva sessantasei anni e un dolore al petto che lo svegliava ogni notte.
Il CUP era affollato come sempre. La fila si snodava lenta fino agli sportelli, dove impiegati con sguardo spento e voce monotona chiamavano numeri: «D87… E46…»
Quando arrivò il suo turno, l'impiegata non alzò nemmeno lo sguardo dal monitor. «Buongiorno». Prese con riluttanza l'impegnativa. "TAC torace con contrasto. Prossima disponibilità: maggio 2026."
Giorgio rimase in silenzio. Fece due conti a mente: erano nove mesi.
«Signorina, ho dolore al petto da settimane. Il medico ha scritto urgente…» Lei sospirò, alzando le spalle. «Signore, noi possiamo solo inserire la richiesta nel sistema. Se vuole, può farla in privato, di solito in pochi giorni la chiamano, ma sono mille euro.»
La pensione di Giorgio era 920 euro.
Si sentì arrossire per la vergogna. Non per la malattia, ma per il fatto di dover spiegare che non aveva quei soldi. Non serviva dirlo: lei non lo stava nemmeno guardando. Stava già chiamando il numero successivo.
Due giorni dopo, Giorgio tornò dal medico. Il dottore era giovane, gentile, ma aveva lo sguardo di chi combatte una battaglia persa.
«Signor Rossi, faccia attenzione ai sintomi. Se peggiorano, vada in pronto soccorso.» «Ci sono già andato due volte. Ho aspettato dieci ore per sentirmi dire di prendere un calmante…» Il medico sospirò. «Lo so, ma non posso farci molto. Qui non abbiamo macchinari disponibili, potrebbe farla privatamente…» «No, dottore. Non posso.» Il medico abbassò lo sguardo.
Giorgio passava le giornate seduto sul divano, la cartellina sulle ginocchia. Guardava i referti e le date cerchiate in rosso: maggio 2026. Si sentiva un numero. Un codice in un archivio.
La televisione trasmetteva spot allegri: "Prevenzione è vita! Prenota oggi il tuo check-up completo!" Sul sito della clinica privata, la stessa TAC costava 980 euro, con possibilità di finanziamento. Giorgio chiuse il computer. Si sentiva più malato per la rabbia che per il dolore.
Una notte, il dolore al petto si fece più forte. Svegliare il 118 gli sembrò esagerato: "Non è un infarto, sono solo nervi", si disse. Ma la mattina seguente non riuscì a scendere le scale. Chiamò un'ambulanza.
Al pronto soccorso lo sistemarono su una barella in corridoio. L'infermiera di turno disse: "Codice giallo, male al petto". La dottoressa, una ragazza giovane, lo visitò.
«È da molto che ha questi dolori?» «Da una settimana.» «Ha fatto una TAC?» «Ho prenotato al CUP, ma la prima data è tra nove mesi.» «Capisco, qui non abbiamo la macchina per la TAC, per ora le faccio un ecodoppler di monitoraggio.» «Mi scusi dottoressa, ma non potreste ricoverarmi, per tenermi sotto osservazione?»
Lei annuì, con gli occhi segnati da occhiaie profonde per la stanchezza. «Mi dispiace, ma siamo a corto di personale e la ASL non ci permette di prendere pazienti se non possiamo controllarli tutti. Purtroppo siamo in emergenza continua. Ci sono solo tre medici oggi. Due colleghi hanno lasciato: ora lavorano in Svizzera, con stipendi tripli.»
Giorgio guardò le corsie piene, pazienti sdraiati su lettini nei corridoi, infermieri che correvano come soldati in trincea. Nessuno era scortese: erano solo stremati.
Un signore accanto a lui tossiva da ore. Una donna anziana piangeva piano, con lo sguardo fisso nel vuoto.
«Come le ho detto prima, facciamo un elettrocardiogramma di controllo e la mandiamo a casa con una terapia farmacologica per alleviare il dolore.» «Ma se il dolore peggiora?» La dottoressa si passò una mano sul volto. "Se peggiora, torni."
Giorgio tornò a casa.
Tre giorni dopo, il dolore esplose. Lo trovarono in cucina, sudato e pallido, mentre si teneva il petto e cercava aria. L'ambulanza arrivò in dieci minuti, ma era già tardi. Il battito era irregolare, il respiro affannoso, la pelle grigia.
Lo portarono di nuovo in pronto soccorso. Lo intubarono in fretta, mentre il cardiologo si avvicinava al monitor dell'elettrocardiogramma, con le sopracciglia aggrottate.
«È un infarto miocardico acuto esteso, arteria coronaria occlusa. Il cuore sta soffrendo da giorni» disse a bassa voce all'assistente, che annuì con uno sguardo teso. Poi si rivolse a Giorgio, cercando di essere chiaro: «Signor Rossi, il dolore che aveva era già un campanello d'allarme. Probabilmente era un'angina instabile, il preludio dell'infarto. Senza diagnosi precoce e angioplastica, il cuore si è danneggiato gravemente.»
L'assistente chiese sottovoce: «Possiamo portarlo subito in emodinamica?» Il cardiologo scosse la testa. «Siamo già oltre la finestra d'intervento ottimale. Ci proviamo, ma il danno è esteso. Questo uomo è in shock cardiogeno."
Giorgio non capiva tutto, ma le parole "oltre la finestra d'intervento" gli rimasero in testa come una condanna. Voleva dire che il tempo era passato, che non c'era più molto da fare.
Lo sistemarono su una barella, circondato da tubi e macchinari. Sentiva voci concitate attorno a lui: «Noradrenalina pronta.» «Pressione che scende!» «Preparare defibrillatore."
Il cardiologo serrò le labbra: «È arrivato troppo tardi. Se avessimo avuto la TAC e la coronarografia subito, forse…» Non finì la frase.
Il referto parlava di "evento improvviso". Ma non c'era nulla di improvviso. Era morto in lista d'attesa.
Il giorno dopo, sullo schermo del telefono di un parente arrivò una pubblicità: "Clinica San Marco — Check-up cardiologico completo, prenotazione immediata. Perché la salute non può aspettare." Il cuore stilizzato lampeggiava rosso brillante.
Nella città, decine di pazienti in attesa scorrevano quella stessa pubblicità, sapendo che se non avessero trovato i soldi, sarebbero rimasti seduti su una panchina di plastica, aspettando che la burocrazia decidesse se valevano la pena di vivere.