🏘️ SOCIETÀ

Se il "no" diventa una colpa, non chiamatelo amore

Non è un raptus né una tragedia improvvisa: è il punto finale di una cultura del possesso e del controllo. Un'analisi cruda e necessaria su fragilità maschile negata, silenzi "normali" e segnali che troppo spesso impariamo a ignorare.

Di Redazione – 21 December 2025

Se c'è un errore fatale che facciamo come società, ogni volta che una donna viene uccisa dal partner o dall'ex, è questo: ci affrettiamo a metterci sopra un'etichetta comoda. "Raptus". "Follia". "Amore malato". Parole che sembrano spiegare tutto e invece servono soprattutto a farci respirare: se è un'eccezione, se è un mostro, allora non ci riguarda.

Ma il femminicidio non è un corto circuito improvviso. È l'atto finale di una storia che spesso era già scritta da tempo, e che noi — come ambiente, come comunità, come cultura — abbiamo imparato a non leggere. O peggio: a chiamare normale.

La prima cosa da chiarire è una distinzione che sembra solo linguistica, ma non lo è. Un omicidio può avere una vittima donna. Il femminicidio è un'altra cosa: è l'uccisione di una donna in quanto donna, perché ha infranto una regola non detta. Perché ha detto "no". Perché ha lasciato. Perché ha scelto. Perché ha smesso di essere disponibile. Non è un dettaglio: è il movente. Il sesso della vittima, qui, non è incidentale: è il bersaglio.

E allora cambia anche il modo in cui guardiamo l'assassino. La parola "mostro" ci tranquillizza. Ci permette di separare: noi da lui, la normalità dalla devianza. Ma la verità che fa più paura è che spesso non sono "mostri". Sono uomini "insospettabili", padri, colleghi, persone integrate. E questa normalità apparente non li assolve: ci costringe a una domanda più scomoda. Se non è quasi mai un problema psichiatrico, allora è un problema culturale. È una forma di educazione, di immaginario, di autorizzazione silenziosa che si è depositata storicamente per secoli e che ancora oggi, sotto pelle, resiste.

Il femminicidio è un crimine di potere e possesso. Non nasce dall'amore: nasce dal controllo. E il controllo, prima di diventare sangue, spesso è già un linguaggio, un'abitudine, un clima. È il telefono controllato. È la gelosia trattata come prova di sentimento. È l'isolamento mascherato da "ti voglio tutta per me". È la coercizione: pressioni, ricatti, minacce, manipolazioni. È la violenza psicologica che scava la dignità pezzo per pezzo. È lo stalking chiamato "insistenza". È l'escalation, che quasi mai arriva senza segnali: cresce, prende spazio, si normalizza.

In mezzo a tutto questo c'è una parola che manca spesso, o viene detta troppo piano: consenso. Non come formula burocratica. Come idea concreta: un sì libero, informato, revocabile. E soprattutto l'idea che il rifiuto non è un'offesa, non è un'umiliazione, non è un affronto all'onore. È una possibilità naturale della vita. Ma se un uomo è cresciuto dentro una virilità che gli ha insegnato che la fragilità è vergogna, che la perdita è fallimento, che l'abbandono è annientamento, allora quel "no" diventa una frattura identitaria. Non sa attraversarla. Non ha strumenti. E quando non hai strumenti emotivi, spesso cerchi un'arma: anche solo simbolica, anche solo psicologica. Finché, in alcuni casi, diventa fisica.

Qui sta il punto più delicato e, proprio per questo, più necessario: la responsabilità maschile. Esiste. Va detta. Va riconosciuta. Va assunta. Ma senza trasformarla in colpa collettiva, senza linciaggi identitari, senza la scorciatoia del "tutti uguali". La differenza tra responsabilità e colpa è ciò che rende un discorso credibile. Responsabilità significa: guardare il proprio ruolo nel clima che permette la violenza, anche quando non siamo direttamente violenti. Significa chiedersi cosa abbiamo riso, cosa abbiamo minimizzato, cosa abbiamo lasciato correre.

E qui entra in scena il silenzio degli uomini "normali". Non gli uomini violenti. Gli altri. Quelli che sentono una battuta e ridono per non essere "pesanti". Quelli che vedono un controllo e dicono "vabbè, è geloso". Quelli che ascoltano un'amica raccontare paura e rispondono con un consiglio facile, o con un dubbio travestito da prudenza: "Sei sicura? Magari esageri". Quelli che non vogliono immischiarsi. Quel silenzio non è neutro. È il rumore di fondo che rende tutto più possibile. È la coperta sotto cui il controllo si sente legittimato a crescere.

Poi c'è l'altra parte, quella che ci piace invocare perché sembra risolutiva: le pene, le leggi, gli annunci. Sì, servono. Ma da sole non bastano. Perché il femminicidio è la punta dell'iceberg: sotto c'è una massa di molestie, violenza economica, persecuzioni, ricatti, umiliazioni, e una lunga filiera di segnali ignorati. Se non si lavora sulla prevenzione — sul rischio, sulla protezione, sulla rete concreta e sulla capacità di riconoscere i segnali prima che diventino irreversibili — continueremo a intervenire quando è troppo tardi.

E prevenzione non è una parola astratta. Vuol dire credibilità data a chi denuncia, senza trasformare la richiesta d'aiuto in un interrogatorio sulla sua purezza. Vuol dire tempestività, perché i tempi lunghi sono un lusso che una persona minacciata non ha. Vuol dire formazione vera di chi accoglie, ascolta, decide: forze dell'ordine, sanità, magistratura. Vuol dire misure cautelari applicate e fatte rispettare, non come rito amministrativo. Vuol dire rete: centri antiviolenza, case rifugio, supporto psicologico, tutela legale. Vuol dire autonomia economica, perché senza soldi spesso non si scappa. E vuol dire anche evitare la vittimizzazione secondaria: quella tortura sottile in cui una donna, oltre alla violenza subita, deve difendersi dal sospetto sociale.

Ma se c'è un posto dove si gioca la partita più profonda, è prima di tutto nelle teste e nelle parole. Non come slogan: come educazione. Educazione affettiva, emotiva, sessuale. Non per "ideologia", ma per igiene civile. Per insegnare che l'amore non è possesso, che la gelosia non è una medaglia, che il rifiuto non è un'umiliazione da vendicare. Per insegnare ai maschi — fin da piccoli — che piangere non li rende meno uomini, che la fragilità non va negata, che l'identità non si regge sul controllo dell'altro.

E no, non ci sono panacee. Non esiste la frase giusta che aggiusta tutto, non esiste la riforma miracolosa, non esiste il "se tutti facessero". Esiste un lavoro sporco, lento, umano. Esiste l'obbligo di chiamare le cose col loro nome: non raptus, non gelosia, non amore. Violenza. Potere. Controllo. Scelta.

E forse la chiusura più vera è anche la più amara: finché molti uomini non impareranno a riconoscere la propria fragilità, continueranno — alcuni — a trasformarla in dominio. E quando il dominio non basta più, in violenza. Non perché "sono fatti così", ma perché per troppo tempo abbiamo accettato che fosse normale. E ogni volta che lo chiamiamo "raptus", gli stiamo ancora una volta togliendo il nome vero. E quindi, in un certo senso, gli stiamo lasciando spazio.

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